Prolungare l’allattamento: sì o no?

Un’ indagine ISTAT svolta nel 2004-2005 rivela che  la quota di donne che allattano è rimasta invariata (circa 81,1%), ma anche che è aumentata la durata media dell’allattamento al seno rispetto agli anni precedenti: era infatti circa 6 mesi contro i sette mesi individuati nell’ultima indagine.

La scelta che alcune donne fanno, nel voler prolungare l’allattamento al seno, si verifica in un contesto ostile  e difficoltoso come dimostrano le aumentate segnalazioni che le mamme inviano al Ministero, a causa  non solo di pregiudizi da parte dei parenti ma anche dal settore pubblico che vede coinvolti anche operatori sanitari.

Alcuni asili nido infatti scoraggiano le mamme sostenendo che , continuando ad allattare, è possibile provocare danni psicologici  al bambino. Ciò ovviamente fa parte del pensiero della vecchia scuola, in quanto le fasi evolutive del bambino  oggi vengono valutate a seconda delle caratteristiche soggettive. In altri casi invece si legge in questo tipo di scelta una incapacità da parte della mamma di riuscire a separarsi dal bambino, entrando in un’annullamento di se stessa a favore esclusivo del piccolo.

Ovviamente queste posizioni sono del tutto false, ed hanno come unico scopo quello di limitare la libertà della donna in una scelta così delicata a vantaggio di interessi particolari che non tengono conto del valore sociale in termini di salute.

Nel 2012 è stato istituito una  che ha deciso di elaborare un documento che spieghi tutti i benefici  che tale pratica comporta contro ogni pregiudizio e menzogna.

Nel 2002 OMS e Unicef hanno approvato la Strategia Globale per l’Alimentazione dei Neonati e dei Bambini per incoraggiare l’allattamento fino a 2 anni e oltre con l’aggiunta di alimenti complementari dal sesto mese.

Oggi infatti si cerca di promuovere lo svezzamento in maniera ancora più graduale con un’ alimentazione complementare: cioè l’introduzione delle prime pappe a partire dai sei mesi, come complemento del latte materno che viene comunque dato fino al primo anno di vita.

Ciò è possibile grazie all’alto valore nutritivo che il latte continua ad avere pur se modificato nella sua composizione col passare del tempo, divenendo infatti più grasso.

Questo forte sostegno morale che proviene dalle istituzioni è motivato dalle evidenze scientifiche che mettono in luce sempre più, i benefici che possono ottenere la salute materna e infantile. Si è potuto osservare che per quanto riguarda la madre, vi è una considerevole riduzione del rischio di cancro al seno; per quanto concerne il bambino si fornisce un notevole contributo alla prevenzione dell’obesità e della correlata malattia dismetabolica.

In più altre ricerche hanno mostrato che vi è un maggior grado di successo scolastico e di socializzazione che facilitano l’indipendenza del bambino poichè ha ricevuto una maggiore sicurezza nel periodo più delicato della vita.

Per poter superare pregiudizi sull’allattamento al seno, è fondamentale che ogni donna sia giustamente informata  a sufficienza sui benefici che potrebbe ottenere per se ed il bambino.

Ciò è fondamentale per garantire la libertà di scegliere di poter continuare in maniera del tutto personale secondo le proprie esigenze psicologiche ed emotive per mantenere la giusta serenità e tranquillità.